Bambino con due mamme: la Cassazione riconosce in Italia il doppio cognome

Bambino con due mamme: la Cassazione riconosce in Italia il doppio cognome

La Suprema Corte ha riconosciuto in Italia il doppio cognome al bimbo con due mamme recependo i dettami di una sentenza spagnola. Non si può discriminare il bambino se l’adulto ricorre ad una tecnica di procreazione vietata nel nostro Paese.

Di recente la Suprema Corte ha riconosciuto in Italia il doppio cognome al bimbo con due mamme recependo i dettami di una sentenza spagnola.

Nel caso di specie la coppia di donne italiane si era sposata in Spagna e lì una delle due aveva scelto la procreazione medicalmente assistita per dare alla luce il figlio, nato in Italia.
La sentenza spagnola aveva riconosciuto la piena adozione all’altra signora, genitore intenzionale.

Ad avviso della Corte detta sentenza va applicata anche in Italia perché non contraria all’ordine pubblico dal momento che, laddove il progetto procreativo sia seguito dalla concretezza ed attualità dell’accudimento del minore e sia caratterizzato dall’esercizio in via di fatto della responsabilità genitoriale attraverso la cura costante del bambino, la mancata attribuzione di una veste giuridica a tale rapporto non si limiterebbe alla condizione del genitore d’intenzione, che ha scelto un metodo di procreazione che l’ordinamento italiano disapprova, ma finirebbe con il pregiudicare il bambino stesso, il cui diritto al rispetto della vita privata si troverebbe significativamente leso.

Sulla scorta di tali considerazioni è stato respinto il ricorso del Comune e sono state bocciate le censure avanzate dall’Ente: nessun dubbio, nella fattispecie, che l’adozione dell’altra mamma sia nell’interesse dei minori dal momento che sin dalla nascita i due bambini sono stati allevati dalla coppia e le capacità genitoriali delle due donne non sono in discussione.
Inoltre, ad avviso dei Giudici “il nato non è mai un disvalore e la sua dignità di persona non può essere strumentalizzata per conseguire esigenze general-preventive che lo trascendono”.
In altre parole, non si può discriminare il bambino se l’adulto ricorre ad una tecnica di procreazione vietata nel nostro Paese.

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